Archivi tag: Nicola Bergamo

SABATO 31 GENNAIO: NICOLA BERGAMO RACCONTA LA RIVOLTA DI NIKA

Nel gennaio del 532 il vento spazza gli affollati spalti del grande Ippodromo di Costantinopoli, cuore pulsante della vita popolare sullo stretto del Bosforo. La capitale dell’Impero romano d’Oriente, la più grande città del mondo mediterraneo, vive da tempo in uno stato di quiete soltanto apparente. Sotto le arcate monumentali dell’arena si concentrano, amalgamandosi in una miscela esplosiva, tutte le tensioni sociali, le rivendicazioni politiche e i conflitti confessionali che attraversano da tempo l’intera città. L’ippodromo è il principale spazio politico e la valvola di sfogo della plebe urbana: qui le folle possono impunemente prendersi gioco del potere imperiale, avanzare richieste, manifestare il proprio dissenso e, talvolta, perfino sfidare apertamente le autorità. In questo contesto agiscono le grandi fazioni dei carri, i Blu e i Verdi, gruppi di tifosi e bande di ultras profondamente radicati nel tessuto cittadino e dotati di un fortissimo senso di appartenenza. Ogni fazione ha il suo segmento di riferimento nello spettro sociale costantinopolitano. Dominano la scena, affrontandosi, i Verdi (conosciuti come prasini) e gli Azzurri (i veneti), mentre altre fazioni più piccole, come i russati (i Rossi) e i Bianchi (o albàti), sono spinte ai margini della scena. I Verdi sono la tifoseria monofisita degli aristocratici, dei mercanti e delle burocrazie minori, mentre gli Azzurri rappresentano l’ala popolare e le classi subalterne, pescando tra artigiani, rematori della flotta e lavoratori a giornata, e sono la fazione più legata al clero ortodosso. Nel VI° secolo queste tifoserie esercitano un’influenza profonda sulla vita urbana. Controllano, informalmente, interi quartieri, spingono i candidati alle cariche pubbliche e condizionano l’azione delle autorità attraverso i loro patroni. Le frizioni sportive si traducono sovente in violenze di strada, con frequenti saccheggi e bastonature degli avversari, mentre il governo alterna pragmaticamente minacce e moti repressivi a momenti di tolleranza e misurate amnistie. In una metropoli sovraffollata e segnata da forti disuguaglianze, le fazioni diventano col tempo un elemento strutturale dell’ordine pubblico. Il regno di Giustiniano accentua queste tensioni con il graduale aumento della pressione fiscale, necessaria a finanziare le guerre di riconquista in Occidente e a sostenere i grandi programmi edilizi, finendo per gravare pesantemente sulla popolazione dell’Impero. La figura dell’imperatore appare, agli occhi dei costantinopolitani, distante e in ostaggio di una corte di alti funzionari impietosi e corrotti. Le dispute religiose, diffuse in tutta la capitale, contribuiscono a esasperare i malumori e a rendere il clima cittadino ancora più instabile. Quando l’esecuzione di alcuni capi ultras, giudicati in relazione a omicidi avvenuti durante gli scontri dell’anno precedente, viene impedita dalla provvidenziale rottura del patibolo e i condannati vengono accolti dai monaci del monastero di San Conone, il malcontento si trasforma in protesta aperta. Blu e Verdi, tradizionalmente rivali, si uniscono in aperta opposizione al potere imperiale, chiedendo a gran voce la grazia per i condannati. Al netto rifiuto opposto dal trono, che preferisce commutare la pena capitale in ergastolo, un grido sale dalle gradinate e risuona sugli spalti, accompagnato dai tamburi e scandito all’unisono da migliaia di voci: «Ni-ka! Ni-ka! Ni-ka!» (“Vinci! Vinci! Vinci!”). È il segnale che annuncia la più devastante rivolta urbana dell’Impero d’Oriente, il terremoto che farà tremare i palazzi consolari e colorerà di sangue le strade della Seconda Roma.