Il valore di un uomo si comprende alla fine di una vita e così è per Isoroku Yamamoto. La sua storia si chiude in modo netto, brutale, violento, alle 9.34 del 18 aprile 1943, sopra la giungla di Bougainville nelle isole Salomone, quando alcuni caccia americani abbattono il suo velivolo su cui viaggia il “cervello” della Flotta Combinata e la più acuta mente strategica del Giappone Imperiale. Da lontano Yamamoto sembra un personaggio monodimensionale: il discendente di una casta di guerrieri, l’artefice di Pearl Harbor, il genio sconfitto dal destino avverso. Ma più lo si osserva, più la sua figura si fa sfuggente. Egli non è un fanatico né un romantico. È un pragmatico, un realista capace di vedere più lontano dei suoi collaboratori e, proprio per questo, la voce più onesta e prudente del consiglio di Guerra. Marco Cimmino lo chiarisce fin dal titolo: Yamamoto, un samurai innamorato della pace. Egli diffidava del conflitto con gli Stati Uniti non per bontà d’animo, ma per la sua capacità di leggere la realtà. Aveva conosciuto l’America e, sotto la patina dorata, ne aveva intuito l’enorme potenziale e la tenacia morale. Sapeva che, dietro l’apparente cortesia, essa nascondeva una struttura logistica capace di produrre navi e aerei in quantità inimmaginabili per chiunque altro. Quando a Tokyo si parlava di destino imperiale, lui faceva un conto semplice: tempo contro acciaio. E quel conto non tornava. Questa è la chiave del personaggio: il comandante che non vuole la guerra e proprio per questo la prepara meglio di tutti. Tsushima gli aveva insegnato che la modernità non fa sconti e aveva partorito un uomo capace di scommettere sull’aviazione navale e sulle portaerei quando il mondo ancora credeva nei monocalibri delle corazzate. Una scelta che lo rende sospetto ai nazionalisti e inviso agli apparati di potere più conservatori. Promosso finisce al comando della Flotta Combinata. Da quel momento Yamamoto combatte contro il tempo. Sa di avere pochi mesi prima che la superiorità industriale statunitense si faccia schiacciante. Gli americani lo seguono grazie alla crittoanalisi e programmano l’operazione Vengeance: non una battaglia, ma un regolamento di conti e, quando il suo aereo precipita, il Giappone trasforma la sconfitta in mito. Questo libro restituisce Yamamoto alla sua complessità: il samurai moderno, l’innovatore, l’analista che capisce prima degli altri che una guerra con l’America non si può vincere. Leggerlo oggi significa ricordare che la guerra non è un’arte nobile, ma un calcolo che spesso sfugge a chi lo ha iniziato. E che, a volte, il più intelligente è colui che comprende per primo che non si doveva cominciare.
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VENERDI’ 7 NOVEMBRE: GIOVANNI CERINO BADONE RACCONTA “AIN EL-GAZALA, IL TRIONFO DI ROMMEL”
Nel primo pomeriggio del 26 maggio 1942 le forze corazzate italo-tedesche al comando del generale Crüwell danno il via all’offensiva dell’Asse con la “Variante Venezia” (Unternehmen Venezia), un attacco diversivo lungo il settore settentrionale di Ain El-Gazala. La Divisione Trento impegna le linee britanniche allo scopo di coprire la grande manovra aggirante dell’Afrika Korps che, coperta da una provvidenziale tempesta di sabbia, muove più a sud poco dopo. Il silenzio immacolato del deserto libico è squarciato dal fragore delle artiglierie e dal rombo degli aerei: inizia così la battaglia di Ain El-Gazala. Per settimane le truppe italo-tedesche (in evidente e costante inferiorità numerica) si oppongono a quelle britanniche del generale Ritchie, affrontandole in un duello all’ultimo sangue, tra le dune e i reticoli dei campi minati, sotto il cielo azzurrissimo della primavera africana. Le divisioni corazzate si rincorrono in un labirinto di polvere e fuoco dove, una volta di più, l’acume tattico e l’audacia operativa del comandante in capo brilleranno sui numeri e sui mezzi dell’avversario. La via per Tobruk e per le piramidi è ormai aperta.
SABATO 2 NOVEMBRE: CIAO RAGAZZI! DIARIO DI UN PARACADUTISTA.
El Alamein, Egitto nord occidentale. Un inferno in terra ai margini della depressione di Qattara: silenzio, arsura, scorpioni, qualche serpente e sciami di mosche. Un paesaggio quasi lunare che soltanto la guerra è riuscita a popolare dando appuntamento tra le sabbie del deserto a centinaia di migliaia di uomini, diversi tra loro e distinti sul campo per bandiera, lingua, cultura e fede religiosa. Uno spazio entro cui si consumano nel breve volgere di qualche mese storie di soldati, episodi di valore e racconti di fratellanza. Prendendo spunto dal diario di uno dei superstiti protagonisti di quei giorni, un paracadutista della Folgore, “Ciao ragazzi!” racconta l’epopea di uno dei più tragici e affascinanti snodi della Seconda Guerra Mondiale, ripercorrendo come in un film le vicende di un giovane volontario e della sua avventura in terra d’Africa. Dove lieto fine non sarà dettato dall’eroe trionfante ma dall’essere umano che ha saputo preservare la propria umanità in nella tremenda tempesta della guerra.
ATTENZIONE: LO SPETTACOLO E’ IN CITTA’ ALTA! CONSIGLIAMO DI MUOVERSI PER TEMPO!
VENERDI’ 18 OTTOBRE: PRESENTAZIONE LIBRO “AVANTI VERONA”
Nell’inverno del 1942, lungo le anse del fiume Don, sotto il comando del leggendario colonello Paolo Signorini è schierato anche il 6° Reggimento Alpini con i battaglioni Vestone, Val Chiese e Verona. Inquadrato nei ranghi della divisone Tridentina esso affronterà tutte le vicissitudini di quei giorni terribili, aprendosi la strada verso occidente e guadagnandosi sul campo ben 7 medaglie d’oro alla memoria. Il saggio di Brussani prende in esame la storia operativa del BTG Verona, restituendo in maniera vivissima le tragiche imprese di un pungo di uomini nella tempesta.
VENERDI’ 13 MAGGIO: MIRKO CAMPOCHIARI RACCONTA LA BATTAGLIA DI CHEREN

Lo scrittore scozzese Compton Mackenzie nel suo Eastern Epic (1951) ebbe modo di riassumere con queste parole il contributo italiano alla più importante battaglia combattuta nel Corno d’Africa. “Cheren è stata una delle più duri scontri di fanteria mai combattuti in questa guerra e ciò per l’ostinazione mostrata dai battaglioni Savoia, dagli Alpini, dai Bersaglieri e dai Granatieri, in una maniera composta e decisa, cosa mai mostrata dai tedeschi in nessuna battaglia recente. Nei primi cinque giorni di battaglia gli italiani hanno contato 5000 soldati colpiti (1135 di questi, mortalmente). Lorenzini questo giovane e coraggioso generale, è stato praticamente decapitato da una serie di colpi sparatigli dall’artiglieria britannica. Egli è stato un grande comandante delle truppe italiane in Eritrea.
L’infelice propaganda di guerra del tempo ha permesso alla stampa britannica di rappresentare gli italiani come soldatini di ventura; ma se escludiamo la divisione paracadutisti tedesca operante in Italia e i giapponesi attivi in Birmania, nessun esercito nemico col quale le truppe britanniche ed indiane hanno dovuto scontrarsi, ha saputo ingaggiare una battaglia più acre ed efficace di quella dei battaglioni Savoia a Cheren. Oltre ciò, le truppe coloniali italiane, fino al momento di capitolare sulle ultime postazioni, hanno combattuto con valore e coraggio e la loro lealtà in campo è stata testimone della eccellente amministrazione italiana e della valida preparazione militare operata in Eritrea”. La sera di venerdi 13 maggio Mirko Campochiari cercherà di approfondire un evento bellico colpevolmente dimenticato dell’ultima guerra, spiegando come e perché due imperi siano giusti a sfidarsi nelle aspre ed arse valli che si aprono in vista del Mar Rosso.



